giovedì, 24 aprile 2008

Deviant [Part 3]


Copyright image by: InsideMe



Ai bordi del letto raccolta a guscio. Cellula immobile dentro una me stessa che trema. Le mie spine di inchiostro intrecciate sulle vertebre ti guardano appena. Ammiri inconsapevole un’immagine asfissiante. Così cangiante da avvelenare.
Sono arrivata stanotte. Gettata qui. Accanto a te. A peli e carne vecchia. Il tuo premio che cancella i tuoi rancori diurni. Il profumato bottino. Il pasto generoso per fauci avide di succose tentazioni. Non è importante essere viva o morta, purché la mia carne sia ancora calda di spremuta deviata grazia in cui affogare la perdizione.
La tua mano sulla schiena, mi annuncia umida ciò che vuole prima ancora che la tua bocca emetta suoni. Per lasciarmi andare mi chiedi un altro ingoio. Il tuo fiato sporco di sonno e nicotina dice quello del buongiorno. Scivola sulla dolce linea del collo. Il tuo odore che ride, cola in un eco che evapora dentro il nulla di me che affiora. Niente di me che si muove, niente che vuole, niente che non vuole. Ho respiri così distanti che le mie iridi non li raggiungono. Scorrono così lungo la pelle i miei occhi. Non ci sono rose viole impresse a forza. Una cautela che non ricordo, non concepisco. Confusa notte incatenata a tante altre. Sei l’ennesimo caotico impasto di odori, nel mio vortice di ore disordinate tra silenzi notturni in cui cerco di passare inosservata da me stessa.

La bella gioia di Angel che recita la filastrocca della maliziosa bambina.
La bambina cui hanno sputato saliva sulle tenere guance sporche.

La Angel che cerca le sue cose intorno. Le stringe al petto. Sullo stomaco, rovesciato da tutta la merda ingerita. Tutto di lei si fa lenta movenza squilibrata. La mano che sbatte contro una maniglia che intravede confusa. La porta del cesso che si apre e la distorta Angel che perde peso in terra consumandosi in un claustrofobico buio.


Si accavallano uno sull’altro. Due piccoli piedi mi sfiorano i fianchi. Una voce tiepida mi accarezza con il suo nome. “... sono Julea”. Rovescio la testa verso un alto soffitto bianco. Sembri così minuta tra queste asciutte pareti. Troppo minuta. Intarsiata in un'età che non conosci.
"Vieni con me…", mi dici.
"Voglio tornare a casa... Voglio chiamare Dio."
"Non fare così. Mio padre ti pagherà bene." Giochi con i tuoi sottili sospiri.
Poi, perdo ancora i sensi sotto farfalle di banconote ubriache.


Dove cazzo eri finita. Portala qui. La voce ingrassa la stanza oltre le pareti bianche. Una sfumatura rosea. Piccole mani mi stringono e trascinano via una di me disegnata a cristo in terra. La testa che sbatte contro qualcosa. Lenzuola umide che scorrono sotto le cosce, la schiena che si inarca. La testa rovesciata all’indietro si accorge della mano, il dorso sfiora un pavimento di sudicio tessuto, il palmo stringe forte ancora il cellulare. Dove sei. Dove siamo. Ti cerco ancora incastrata in questo quadro osceno. Il resto di me è senza peso che prende forma gradita per mani pesanti e piccole teste che leccano.

Ridono e mi scopano. Un cane che abbaia forte lontano.
Mi fottono e ridono, forte lontano. Un cane guaisce sfinito dentro i miei timpani.

Il vento mi cerca forte. Disegna onde su drappi strappati che riversa intravedo. Mi urla, ed io fermo e spingo in fondo l’ultimo respiro. Così, comincio ad urlare anche io. Feroce. Più del vento che improvviso sbatte. Impazzita Angel che prende a picchiare e prendere a calci tutto ciò che trova. Giovane e vecchio. Infame ribelle che morde. Che cazzo volete. Fanculo. Che cazzo ti prede stupida troia. Fanculo pezzo di merda. Le solite cose. Le solite storie, che finiscono sempre male.

La bella gioia di Angel che recita la filastrocca della stronza bambina.
Sopra la sua giostra, sputa coriandoli.


La realtà è sangue che dal naso ingoio. Ci vuole stomaco a non vomitare nel bel mezzo del corridoio in cui mi ha scaraventata. Non immaginatevi nessuna eroica Angel. Perché la carne del viso sembra spaccarsi proprio ora. La realtà è qualche stronzo di questo albergo che ti alza a forza e ti spinge in un ripostiglio. Butta le mie cose in terra. La realtà ti dice rivestiti e sparisci. Non farti più vedere. La realtà dice che questo è un posto, rispettabile. Non è fatto per una cogliona come me.
La realtà è questa. Che si fottano i presunti principi dagli occhi azzurri deviati altrove. Le favole sulle parole si consumano in fumetti sterili. Per chi ama gli inganni. Per chi sopprime la verità inventandosi cazzate. La prima magia che viene raccontata ad un infante è una bugia che si trascinerà con sé per tutta la vita. Una favola inversa. La piccola Liddell era una condannata. Non ci sono meraviglie tranne per l’uomo che certamente se la scopava.
Vorrei rivestirmi... Girati dall’altra parte, Angel. O corri veloce. A gridare quanto io sia patetica e falsa. A coprire a conchiglia le piccole orecchie. I piccoli occhi piantati in teschi di scimmia. Le piccole labbra cui l’incoscienza primordiale dona il gusto della verità. Come le tre scimmie. Quanto odio quelle statuine idiote. Non sai quanto le odio.

La bella gioia di Angel che recita la filastrocca della malvagia bambina.
La bambina cui hanno strappato via sale dalle punte degli occhi.



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sabato, 29 marzo 2008

Deviant [Part 2]


Image by: LithiumDeath





C’è questa cosa che batte sotto le mie costole. Eppure cazzo deve capire di trovarsi nel corpo sbagliato. Ci sono spazi più ampi dentro petti più soffici. Pronti ad essere sbattuti forte. Fottuti impunemente. Spaccati in terra.

Non lo voglio questo cuore.
Non lo voglio qui dentro.
Voglio trascinarlo e nasconderlo sotto polsi rivestiti di cuoio. Stringere i lacci così forte da soffocarlo. Impedirmi di avvertire ogni suo minimo sussulto. Invertire quel fluido che bollente avvampa la pelle ricacciandomelo in gola. Stravolgere il flusso di ogni trepidazione. Vertigine. Tremore. Ed abortire attraverso queste mie labbra spietate. Carnale e perversa voglio vedere l’incestuoso mio grumo emozionale galleggiare ed affogare al centro del cesso.

Sbatti e sbavi come un cane infetto. Dietro questa porta che ci divide. Riesco a sentire colare le tue lacrime. Ogni loro umido rivolo sono mie unghie che spezzo dentro questa fragile carne. Il mio corpo è una cella di vigore apparente. Una gracile contraddizione.
Lasciami in questa superficie di pace che con fatica immane ho eretto.
Sbatti e sbavi come un cane infetto contro il metallo della mia rete vergognosa. Sei incastrato. Continui a contorcerti e più ti ferisci più concedi che io strappi questa stessa carne che adori. Sei da bruciare all’inferno solo perché mi hai scelta. Non ti rendi conto. La mia veste perde sangue sterile. Ed io non mi spiego come cazzo fai a sopportare tutto questo. Stringo gli occhi così forte che vorrei schizzassero fuori. Spasimi di buio alternati a distorsioni lancinanti di luce. Sputo le mie grida. Ti vogliono sentire leccare questa porta.
Lecca questa cazzo di porta. Razza di portatore sano di veleno iniettato che chiami amore.
Il mio petto che batte.
Stai facendo quello che ti chiedo.
Lo stai facendo e non ho bisogno di vederti umiliato per averne certezza. Batte forte e i miei piccoli pugni sbattono sul torace per fermarli. Una inversa rianimazione. Sono così distante da te che faresti ogni cosa. Piegati. Prega il tuo Dio che non ti chieda di spararti per salvarti da una agonia ancora peggiore. Come ho già fatto mille volte. Come alla spiaggia. Vorrei raccontarti. Vorrei dirti di questo mostro che dentro di me a calci muove e comanda ogni mio passo. Ogni mio nervo.
Patologica resto appesa alla mia contorta sopravvivenza.
Non capisco perché riesco a ridere mentre piango.


La voce nevrotica di Dorian. Strozza a schiaffi la tua. Ti sbatte al muro. Mi dice che ti ammazza. Che devo aprire questa cazzo di porta e guardare. Ci sono vermi qui dentro lo stomaco. Mi infilo il polso in gola. Vomito e crollo in terra. Sfinita respiro piano. Resto ad ascoltare.
Dorian non è cattivo. E’ solo il risultato di ormoni sbagliati. E’ morto così tante volte da non ricordarsi più in che vita si ritrova. Non ha mai tempo per spiegare e giustificare. Dice che la vita stessa è un folle treno in corsa. Senza conducenti. Se sbagli fermata è finita. Cazzo apri grida. Il tuo stomaco preso a calci mi soffoca la voce.
Apro appena. Neon blu satin mi divide in due la faccia. Divide l’interno e l’esterno. Una sottile fessura attraverso cui il mio viso ti guarda. Le dita di Dorian che stringono forte i tuoi capelli, l’altra mano che ancora colpisce. Tu guardi me. Ogni tuo spruzzo di sangue è come se mi inseguisse. I colpi di Dorian sono membrane elastiche che emettono suoni gutturali. Hai muscoli deboli ed occhi così decisi da perforarmi ogni volta.
Ancora una volta come cazzo fai. Chi sei.
Dico basta, Dorian. Basta così.
Lui che ti trascina dove tu possa guardare. Non c’è tempo per razioni di perché. Tu sei lì in terra e dovrai guardare. Soffocare con questo cibo di immagini avariate che ti spingerò forte in gola. Non c’è pietà per gli innocenti qui. Hai scelto di pagare così il prezzo del tuo volere me.
L’ombra di Dorian che entra. Il suo profilo sono scaglie di luci blu elettriche sino a quando non accosta un poco la porta. Lascia uno spazio per i tuoi occhi. Una fessura attraverso cui possono entrare. Il resto è ciò che ti regalo. Tutto il dolore che posso. Il dolore è Dorian che mi preme la testa. La spinge verso il basso. Si volta e tira fuori il cazzo mostrandotelo. Voglio piegarti gli occhi. Voglio che li abbassi. Che li nascondi dentro palpebre che bruciano. Che il tuo stomaco rigetti schifo così tanto da rinunciare.
Non c’è pietà per gli innocenti.
Dorian non è innocente. Io non sono innocente. Siamo divinamente colpevoli. Il resto intorno è odore di piscio e merda. Di acido vomito. Il mio. Dorian che mi scopa in bocca così forte che il cervello sembra voler scoppiarmi fuori dal cranio. Nausea che voglio tu raccolga nel cuore. Te lo infetti. Lo faccia marcire. Solo così divieni uno di noi. Uno di noi qualunque. Dose minima per capire.
Questo cazzo lo stai ingoiando anche tu attraverso le mie labbra. Dentro questa cella sporca. Il godere che si fa gravido nella gola di Dorian. Il suo cazzo che mi schizza la faccia. Le pareti che si inclinano. Si gonfiano. Io che scivolo ancora più sottoterra estroflettendo la mia faccia sporca. Il celeste sensuale che ti si pianta nello stomaco.
Devo convincerti che mi piace. Uso armi improprie. Mi adopero pericolosamente. Così deve essere il mio più romantico finale per te. Passione e sentimento suicida.

Carta igienica sulla faccia a raccogliere il suo denso sperma. Io che ti sussurro piano ora vattene. Vattene via ti dicono i miei occhi feroci dipinti ad arte per questa scena grottesca. Dorian che si abbassa fino a toccarmi la faccia con la sua. Sottovoce mi dice ti sto aiutando. Che più di così non può. Che ora dipende da me.
Dorian ha un modo suo. Oggi per me è salvezza ma la mia controversia lo trasformerà domani in errore. Poi ancora in protezione, per poi di nuovo mutare in consapevole violenza. Poi preghiera, ed infine condanna.

Non ci sono più angoli tra le mie pareti capaci di inchiodare in castigo la ragione.

Non esistono angeli che non abbiano una volta intinto le ali nel sangue per conseguire il loro fine. Così disse Mel una volta.
La luce si fa più intensa. Io, accolta dall’angolo. Dorian ti guarda. Poi ti pulisce il sangue dalla bocca con la stessa carta, sporca di lui e della mia faccia. Entra gente nel cesso e qualcuno ride. Ma tu non dici niente. Resti lì immobile. Lo lasci fare. Qualcuno dice che schifo. Dorian che esce è saw something che si allarga e si comprime nei nostri timpani. Una pellicola ovattata di parole che la mia bocca mima piano per te. I saw something in your eyes. I'm sure. Oh baby I saw it. Something in your eyes. I wanted it for myself.
L’acido sogno interrotto ha la forma di uno stivale New Rock. Di Mel, che sbatte la porta. La chiude. C’è una lampadina appesa sopra al lavandino. Incrostato anche di me. Torna una penombra frastagliata da lampi incerti di luce. I miei respiri seguono l’elettrico biz che la debole intensità elettrica sospesa produce.
Stiamo ancora un po’ qui. dice Mel.
Si china vicino.
Mel era quella della giacca in pelle stretta nella pancia quando passeggiavamo impregnate di sogni e Raveonettes sparati nei timpani. Eravamo quelle che ingoiavano pillole omega tre e succo di arancia spremuta. Di tinte rosse. Bionde. Nere. Bianche. Eravamo picole lolite, blond girls, poi riot girls. Violent girls. Suicide girls. Pretty girls in Black. Tutto ciò che ogni uomo vuole. E niente.
Bitch in black. Scritto sul culo.
Eravamo quelle allacciate a catene dell’altalena che si raccontavano favole acide sempre più perverse. Eravamo docili e liquide. Fatte di baci incauti negli androni. Di scherzi e segreti. Di sorrisi disegnati di falsa innocenza. Di suadenti inganni. Quelle che trasformavano piano principi azzurri in mostri dipinti di nero. Dorian era quello della tracolla verde ed occhiali vispi. Era l’intelligenza acuta direzionata verso orizzonti deviati. Era quello capace di farci ridere raccontandoci storie surreali.
Godevamo immerse nell’assurdo. Nell’insensato. Sprofondando piano senza renderci conto. Un gradino alla volta dentro l’indecenza. La bugia bianca elaborata ad arte in rosso poi in nero. Sempre più in basso verso una giostra per noi troppo matura. Fatta di uomini arroganti. Presuntuosi. Quelli che credono di riuscire a farti ridere. Godere. Comprare. Piangere. Noi caimani docili e languidi per ottenere ogni cosa. Per poi provocare quel dolore terminale che uccide dentro peggio di un cancro terminale. Sintetizzavamo chimicamente l’amore stesso. Puoi far credere qualunque cosa ad ogni stronzo impertinente prima di mandarlo in coma.

Perché non ti lascia stare mi dice accarezzando il consumato viola dei miei capelli.
Cazzo ti stai aggiustando i capelli mi avevi detto mentre lui è apparso stanotte. Così bello da riuscire a vergognarmi. A farmi perdere il controllo. Cazzo fai ti aggiusti i capelli per lui e non te ne accorgi ripeteva. Ed io senza stampelle. Ingessata. Irriconoscibile, odiandomi ogni microsecondo. Cosa ti prende e la Angel da manicomio che fracassa un bicchiere in terra incazzata e stordita. Ti manda a fanculo. Stretta in bende invisibili scappa veloce. Perché scappavo, ma non lo ammetterò mai essere una costante fuga da me stessa. Mai a nessuno.
Poi la porta e le tue parole che mi inseguono. Il pugno in gola per vomitare il niente. Il sangue e lo sperma schizzato in questa gabbia artificiale. Il crepitare elettrico di una lampadina. Intermittenze. Ho scelto di espiantarmi quell’innato talento di capire chi è che ti vuole bene.


C'è un errore che galleggia viscido sul fondo.
Sembra così tenero. Inerme. E c'è voglia di violare quell'eco sordo che lo protegge. Non c’è più alcun segno di purezza in me. Trascinata non so quando fuori con la testa su un gradino. Ubriaca e strafatta buttata su un letto. Forse scopata. Qualcuno dietro di me che non conosco respira in calmi sogni. Stringo il telefono davanti agli occhi. Il quadrante soffice disegna quello che resta del mio trucco. Bambina che aspetta si illumini. Prego in me che il tuo nome appaia. Ti prego, ti invoco e ti maledico in mille contorti modi. Che cosa sto facendo. Non chiamare, chiamami ti prego.
Vieni qui e uccidimi.


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*loading*... grazie.






Liquido nero brillante riversato dalle vene alla carta. Sensibilità interiormente amplificate che precipitano. Cuore in vetroresina. Chimica sottopelle.

Esisto per mia volontà. Per non cancellare. Per non distruggere. Per non dimenticare.
Una sola impronta.
Un graffio.
Un ricordo.


Streak of Insanity:

Acide Favole

black list
cartoline sbiadite
deviant
frames
impronte
obscurity
poesie
schegge di cristallo
stralci


Deborah

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Deborah
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E' vostro.

Con affetto,
dedicata a Voi.
Quell'affetto ed amore sempre condiviso.
***
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